Il mercato non è un programma politico, è assenza di politica, è anarchia – Parte 3

La società non ha bisogno di manager – Parte 1

By Llewellyn H. Rockwell Jr. – Mises.org – dicembre 2015

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IL MITO DELLA LIBERTÀ IN IRAQ

Ci lusinghiamo di credere che i nostri meccanismi di pianificazione centrale non servano ad imporre il socialismo, ma la libertà stessa, di questo l’Iraq è l’esempio più evidente ed insieme la reductio ad absurdum. Abbiamo un paese che gli Stati Uniti hanno invaso per rovesciare il suo governo e sostituirlo con la legge marziale imposta con i carri armati per strada e i bombardieri in cielo, un’economia controllata completa di controllo del prezzo della benzina, e il supporto a leader politici scelti appositamente, e questo come lo chiamiamo noi? Lo chiamiamo libertà.

Eppure circa 15 anni fa, quando Saddam invase il Kuwait, cacciò i suoi leader, occupò il paese e tentò di imporre un nuovo governo, il presidente degli Stati Uniti la definì un’aggressione che non avrebbe permesso. Ci portò in guerra per inviare il messaggio che la sovranità degli stati deve essere considerata inviolabile. Sembra che tutti abbiano recepito il messaggio ad eccezione degli Stati Uniti.

L’Iraq non è certo l’unico paese. Le truppe statunitensi sono sparse in tutto il mondo con la missione di realizzare le condizioni per la libertà. Gli annunci pubblicitari per gli appaltatori militari sottolineano lo stesso tema, giustapponendo inni alla libertà con immagini di carri armati, panoramiche della città viste dall’alto dei bombardieri, e soldati con maschere antigas. Poi ci si chiede perché così tante persone nel mondo sprangano la porta quando sentono che il governo degli Stati Uniti sta per portare le benedizioni della libertà democratica presso di loro.

Abbiamo sviluppato la strana convinzione che la libertà sia una condizione che può essere imposta dal governo, una delle molte opzioni politiche che possiamo perseguire come esperti in politiche pubbliche. Ma non è la “vera libertà” del tipo descritto sopra, quella che Jefferson sosteneva dovesse essere posseduta da tutte le persone in tutto il mondo, quando i diritti non vengano violati. Piuttosto si tratta di una libertà che è conforme a un particolare modello che si può imporre dall’alto verso il basso, tanto da parte del governo degli Stati Uniti a livello nazionale che dalle truppe americane a livello internazionale.

LA LIBERTà NON PUO’ ESSERE IMPOSTA

Non è solo in guerra che siamo arrivati a credere a questo mito della libertà imposta. La sinistra immagina, limitando la libertà di associazione nel mercato del lavoro, di proteggere la libertà degli emarginati di ottenere posti di lavoro. Ma questa presunta libertà viene acquistata a spese di altre persone. Il datore di lavoro non ha più il diritto di assumere e licenziare. Come risultato, la libertà di contratto diventa unilaterale. Il dipendente è libero di contrattare con il datore di lavoro e di lasciarlo ogni volta che gli sembra giusto, ma il datore di lavoro non è libero di contrattare alle sue condizioni e di licenziare ogni volta che lo ritenga opportuno.

Lo stesso vale per una vasta gamma di attività essenziali per la nostra vita civile. Nel campo dell’istruzione, si dice che lo Stato deve imporre la scolarizzazione a tutti i bambini, altrimenti i genitori e le comunità gliela negheranno. Solo lo Stato può fare in modo che nessun bambino sia lasciato indietro. L’unica domanda che ci si pone è sui mezzi: useremo sindacati e burocrazie favoriti a sinistra, o gli incentivi di mercato e i il sistema dei buoni favorito dalla destra. Non voglio entrare in un dibattito su quale sia il metodo migliore, ma solo attirare l’attenzione sul fatto reale che queste sono due forme di pianificazione che compromettono la libertà delle famiglie di gestire da sole i propri affari. L’errore catastrofico della sinistra è stato quello di sottovalutare il potere del libero mercato per generare prosperità per le masse. Ma altrettanto pericoloso è l’errore della destra di pensare che i mercati costituiscano un sistema di gestione sociale, come se Washington avesse una serie di leve, una delle quali è etichettata “mercato.” Se un lato vuole costruire burocrazie più grandi, e migliori, l’altro lato vorrebbe piuttosto tassare e spendere per appaltare i servizi pubblici o mettere le imprese private a libro paga, immaginando sia un modo di sfruttare il potere del mercato per il bene comune.

Il primo punto di vista nega il potere della libertà stessa, ma il secondo punto di vista è altrettanto pericoloso perché vede la libertà in termini puramente strumentali, come se si trattasse di qualcosa che deve essere combinato perché la classe politica ritiene che ciò costituisca l’interesse nazionale.

Questa formulazione implica una concessione che spetta allo Stato – ai suoi manager e ai suoi intellettuali arruolati – decidere come, quando, e dove la libertà debba essere consentita. Implica inoltre che la libertà, la proprietà privata, e gli incentivi di mercato abbiano come scopo una gestione superiore della società, vale a dire, che servano a consentire l’attuale regime di operare in modo più efficiente.

Murray Rothbard aveva notato nel 1950 che gli economisti, anche quelli che favoriscono il mercato, erano diventati “esperti di efficienza per lo Stato.” Intenti a spiegare come i nostri pianificatori centrali potrebbero utilizzare gli incentivi di mercato così che i piani di Washington funzionino meglio.

Questo punto di vista è ormai comune tra tutte le persone che aderiscono alla Chicago School of Economics. Immaginano che i giudici possiedono la saggezza e il potere di riorganizzare i diritti in un modo che si accordi perfettamente con la loro vista dell’efficienza economica.

Questo punto di vista appare anche in altre proposte della destra: strumenti privati per Social Security, buoni scuola, permessi commerciali di inquinamento, e altre forme di mezze misure basate sul mercato. Non tagliare le catene o buttare via il giogo. Forgiano l’acciaio con materiali diversi e regolano il giogo per renderlo più confortevole.

Ci sono molti esempi di questa terribile concessione all’opera oggi. Nei circoli politici, la gente usa la parola privatizzazione a significare non l’uscita del governo da un particolare aspetto della vita sociale ed economica, ma semplicemente l’appalto delle priorità stataliste ad imprese private politicamente collegate.

In effetti, l’appalto all’esterno è diventato una delle minacce più pericolose che dobbiamo affrontare. Una parte importante della guerra in Iraq è stata intrapresa da gruppi privati che lavorano per conto di agenzie governative. I repubblicani si sono riscaldati all’idea di appaltare all’esterno parti importanti dello stato sociale, mettendo sul libro paga pubblico enti di beneficenza religiosi in precedenza indipendenti. Dopo la performance abissale della FEMA dopo l’uragano Katrina, molti legislatori hanno suggerito che Wal-Mart svolga un ruolo maggiore nella gestione delle crisi. Il presupposto è che nulla di importante possa accadere a meno che il governo benedica in qualche modo lo sforzo attraverso un programma di spesa diretto a un particolare gruppo o interesse.

L’errore peggiore che i sostenitori dell’impresa privata possono fare è quello di vendere le nostre idee come un mezzo migliore per raggiungere fini dello Stato. In molti paesi in tutto il mondo, l’idea del capitalismo è screditata, non perché è stata provata e ha fallito, ma a causa di un falso modello di capitalismo imposto dall’alto. Questo è vero in gran parte dell’Europa orientale e della Russia, e anche in America Latina. Non che il socialismo sia visto come un’alternativa, ma vi è una ricerca in corso in molte parti del mondo per una mitica terza via.

Non ci vuole molto perché il governo distorca completamente un mercato: un controllo dei prezzi a qualsiasi livello, una sovvenzione a un perdente economico a scapito di un vincitore, una limitazione, una restrizione o un privilegio. Tutti questi approcci possono creare enormi problemi che finiscono per screditare la riforma su tutta la linea.

IL GOVERNO CRESCE SEMPRE

Un altro caso contro una riforma parziale o libertà imposta è stato sollevato da Ludwig von Mises: vi è una tendenza intrinseca in tutto il potere di governo a non riconoscere vincoli sul proprio funzionamento e ad estendere la sfera della propria posizione dominante, il più possibile. Controllare tutto e non lasciare spazio a nulla che possa accadere da sé senza l’interferenza delle autorità: questo è l’obiettivo per il quale ogni governante di nascosto si sforza.

Il problema da lui identificato è come limitare lo Stato una volta che sia coinvolto. Una volta consentito allo Stato di gestire un aspetto di un settore di un’attività, si creano le condizioni che alla fine lo porteranno a gestire l’intero settore. A causa della tendenza del governo ad espandersi, è meglio non consentirgli di avere alcuna partecipazione o controllo nella vita economica e culturale.

Aeroporti e compagnie aeree sono un buon esempio. Temendo l’incapacità del settore privato nel garantire la sicurezza – per via della bizzarra ipotesi che le compagnie aeree ei loro passeggeri abbiano meno motivi rispetto al governo di preoccuparsi se moriranno in volo – il governo da lungo tempo gestisce come le compagnie aeree devono fare lo screening dei passeggeri e affrontare i tentativi di dirottamento.

Il sistema è stato un pieno fallimento. Il fallimento finale è arrivato l’11 settembre. Ma invece di ritirare il sistema di sicurezza delle linee aeree amministrato dalle burocrazie, il Congresso e il presidente hanno creato un’altra burocrazia specializzata nella confisca di forbici cosmetiche, nello strappare i bambini dalle braccia delle madri, e nel rallentare il check-in aereo a passo d’uomo.

Le pressioni di nuove normative hanno ulteriormente cartellizzato l’industria e reso una reale concorrenza di mercato ancora più remota. E quando la prossima catastrofe arriverà? Siamo in grado di guardare nel nostro futuro e vedere ciò che una volta avremmo pensato essere impensabile: la nazionalizzazione delle compagnie aeree. È vero che anche un sistema parzialmente libero è meglio di uno completamente socialista, ma questi cosiddetti schemi di privatizzazione potrebbero effettivamente rendere l’attuale sistema meno libero insistendo su nuove spese per coprire nuove spese per fornire buoni e fondi privati.

ABDICATE, PER FAVORE

Qual è la cosa giusta che gli esperti di politiche di Washington e gli analisti dovrebbero sostenere? L’unica cosa che il governo fa bene: niente. Il ruolo proprio del governo è quello di allontanarsi dalla società, dalla cultura, dall’economia, e dall’intera scena mondiale della politica internazionale. Lasciare che tutto si gestisca da solo. Il risultato non sarà un mondo perfetto. Ma sarà un mondo non aggravato dall’intervento dello stato.

Il libero mercato non è solo generare profitti, produttività ed efficienza. Non è solo in grado di stimolare l’innovazione e la concorrenza. Riguarda il diritto delle persone di fare scelte e contratti autonomi, per inseguire una vita che realizzi i loro sogni, anche se questi sogni non sono approvati dai loro padroni del governo.

Quindi cerchiamo di non illuderci pensando di poter avere entrambe le cose in modo che la libertà e il dispotismo vivano pacificamente insieme, la prima imposta da quest’ultimo. Effettuare una transizione dallo statalismo verso la libertà significa attuare una rivoluzione completa nella vita economica e politica, da quella in cui lo Stato e i suoi interessi comandano, ad un sistema in cui il potere dello Stato non ha alcun ruolo.

La libertà non è un’opzione di politica pubblica e non è un piano. È la fine della politica stessa. È giunto il momento per noi di fare questo passo successivo e chiedere esattamente questo. Se crediamo quello che credeva Jefferson, e penso che dovremmo, è il momento di parlare meno come manager di burocrazie, e più come Mosè.

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Il mercato non è un programma politico, è assenza di politica, è anarchia – Parte 2

La società non ha bisogno di manager – Parte 2

By Llewellyn H. Rockwell Jr. – Mises.org – dicembre 2015

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In favore di una ordinata anarchia

Questo ci fornisce una lezione e un modello da seguire. Perché non permettere a questo modello vincente di libertà e ordine di caratterizzare l’intera società? Perché non ampliare ciò che funziona ed eliminare ciò che non va? È sufficiente che il governo si tolga di mezzo perché questo accada.

Non ho bisogno di dirvi che questa non è un opinione ampiamente diffusa. Quasi tutti coloro che vivono e lavorano a Washington, DC, o in una qualsiasi grande capitale del mondo, ritengono che vi sia qualche senso in cui il governo tiene insieme la società, la fa funzionare, le ispira grandezza, la rende giusta e pacifica, e porta libertà e prosperità attuando una serie di politiche.

Questa è una visione delle cose che aggira del tutto la rivoluzione liberale. Prende in prestito dal mondo antico dei Faraoni e dei Cesari in cui i diritti di una persona erano definiti e dettati dallo Stato, che veniva visto come l’espressione organica della volontà della comunità incarnata nella sua classe dirigente. Non ci sono chiare linee di separazione a delimitare individui, società, Stato, e religione. Tutti erano concepiti come parte dell’unità organica dell’ordine civile.

È stata questa visione che è stata respinta dalla visione cristiana secondo cui lo Stato non è padrone dell’anima di un individuo, che ha un valore infinito, e non può accampare alcuna pretesa sulla sua coscienza. Mille anni dopo, abbiamo iniziato a vedere come questo principio è stato ampliato. Lo Stato non è il padrone neanche della proprietà e della vita. Cinquecento anni dopo abbiamo visto la nascita della scienza economica e la scoperta dei principi di scambio e l’osservazione miracolosa che le leggi economiche funzionano in modo indipendente del governo.

Una volta che la cultura ideologica ha cominciato ad assorbire la lezione di quanto sia inutile lo Stato per il funzionamento della società – una lezione che ha chiaramente bisogno di essere riscoperta ad ogni generazione – la rivoluzione liberale non poteva più essere trattenuta. Caddero i despoti, si impose il libero scambio, e la società è cresciuta sempre più ricca, pacifica e libera.

È naturale che le persone che lavorano per e nel governo immaginino che senza i loro sforzi, non vi sarebbero che calacmità. Ma questo atteggiamento è onnipresente oggi in politica. Quasi tutte le parti presenti nel dibattito politico cercano di usare il governo per imporre la loro visione di come la società dovrebbe funzionare.

Il governo non può essere trattenuto

Ho ricevuto questa domanda: di quale emendamento costituzionale favoriresti l’emanazione per dare corso all’agenda di Mises. Ne vorresti uno che vietasse di elevare le tasse sopra di un certo importo, o che decretasse il libero scambio, o che garantisse la libertà contrattuale? La mia risposta è che se dovessi desiderare modifiche, sarebbero molto simili al Bill of Rights (Carta dei Diritti). Le principali aree di quel documento ora vengono ignorate. Perché dovremmo credere che un nuovo emendamento potrebbe funzionare meglio?

Il problema, con gli emendamenti, è che essi presumono un governo abbastanza grande e potente per farli rispettare, e un governo che è interessato più al bene comune che al suo bene. Dopo tutto, una tendenza che abbiamo visto da più di 200 anni è quella dei tribunali a interpretare tutta la Costituzione in modo da farne un mandato per l’intervento governativo, non una restrizione alla sua capacità di intervento. Perché noi crediamo che il nostro emendamento sarebbe trattato in modo diverso?

Ciò di cui abbiamo bisogno non è più cose da fare per il governo, ma sempre meno fino al punto in cui l’autentica libertà può prosperare. Parlando della Costituzione, i motivi per i quali è stato approvata non erano che avrebbe creato le condizioni per la libertà; era piuttosto che avrebbe frenato il governo nella sua inesorabile tendenza a togliere le libertà delle persone. Il suoi benefici erano puramente negativi: avrebbe frenato lo Stato. Ciò che di positivo avrebbe dovuto fare consisteva interamente nel fatto che avrebbe lasciato che la società prosperasse e crescesse e si sviluppasse per conto suo.

In breve, la Costituzione non ha imposto la libertà americana, al contrario di ciò che si insegna oggi ai bambini. Invece, ha permesso alla libertà che già esisteva di continuare ad esistere e persino di essere più al sicuro dagli abusi dispotici. In qualche modo questo punto è stato smarrito dalla generazione attuale, e, di conseguenza, stiamo imparando tutte le lezioni sbagliate dalla nostra fondazione e dalla storia.

Se arriviamo a credere che la Costituzione ci ha dato la libertà, diventiamo molto confusi riguardo al ruolo degli Stati Uniti nella storia del mondo. Troppe persone vedono gli Stati Uniti come i possessori dell’equivalente politico del tocco di Mida. Possono andare in qualsiasi Paese con le loro truppe e portargli la prosperità americana.

Ciò che è raramente considerato un’opzione in questi giorni è la vecchia visione di Jefferson di non imporre la libertà, ma di permettere semplicemente il suo verificarsi e svilupparsi all’interno della società stessa.

Per quanto riguarda l’estero, il record che gli Stati Uniti hanno nel cosiddetto “nation-building” è abissale. Di volta in volta, gli Stati Uniti invadono un paese con le loro truppe, scelgono i loro leader, piazzano le proprie intrusive agenzie, puntellano strutture che le persone considerano tiranniche, ed ecco che ci troviamo in uno stato di shock e di paura quando le persone si lamentano.

Tra l’altro, io sono abbastanza vecchio da ricordare un momento in cui i repubblicani non chiamavano i critici del “nation building” traditori. Li chiamavano patrioti. Se la memoria non mi inganna, è stato circa 10 anni fa.

Per quanto terribile possa sembrare, sembra che il governo degli Stati Uniti e la cultura politica americana stiano mascherando la loro paura della libertà dichiarando di volerla imporre. In verità, la maggior parte dei settori politici negli Stati Uniti ha un profondo timore delle conseguenze che si avrebbero a lasciare andare le cose da sole – il laissez faire, secondo la vecchia frase francese.

La sinistra ci dice che sotto la libertà vera e propria, i bambini, gli anziani, e i poveri soffrirebbero abusi, negligenze, discriminazione e privazione. La destra ci dice che la gente sprofonderebbe nell’abisso dell’immoralità, mentre i nemici stranieri ci surclasserebbero. Gli economisti dicono che il collasso finanziario sarebbe inevitabile, gli ambientalisti ci mettono in guardia riguardo a nuove ere del fuoco e del ghiaccio, mentre gli esperti di politica pubblica di tutti i tipi evocano visioni di fallimenti del mercato di ogni dimensione e forma.

Continuiamo a parlare di libertà nella nostra retorica. Ogni presidente e legislatore loda l’idea e giura fedeltà all’idea nelle sue dichiarazioni pubbliche. Ma quanti oggi credono in questo postulato essenziale della vecchia rivoluzione liberale, che la società è in grado di gestirsi senza alcun disegno o direzione centrali? Pochissimi. Invece la gente crede nella burocrazia, nelle banche centrali, nella guerra e nelle sanzioni, regolamenti e decreti, limitazioni e mandati, gestione delle crisi, e in ogni e qualsiasi mezzo di finanziamento per tutto questo attraverso le tasse e il debito e la stampa di moneta.

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Il mercato non è un programma politico, è assenza di politica, è anarchia – Parte 1

La società non ha bisogno di manager – Parte 1

By Llewellyn H. Rockwell Jr. – Mises.org – dicembre 2015

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Sono trascorsi decenni da quando la legislazione ha audacemente colpito qualche nuovo e inesplorato territorio della gestione della società e dell’economia. Per la maggior parte, negli Stati Uniti ed in Europa, Russia, Cina e America Latina, i legislatori sono costantemente al lavoro per riformare i sistemi che hanno creato in passato, piuttosto che impegnati ad intraprendere imprese totalmente nuove.

E cosa stanno lavorando per riformare? I settori governativi che non operano come dovrebbero a causa di dislocazioni, spese, violazioni percepite della correttezza o di qualche altra ragione. Basti pensare al disordine finanziario di Medicare e Medicaid, all’intera truffa della Sicurezza Sociale, all’incombente pericolo di una Tassa minima alternativa, all’infinito caos della gestione delle emergenze, tra i mille altri problemi presenti in ogni ambito della società sui quali il governo si intesta una qualche responsabilità.

Lo stesso vale per l’Europa occidentale, dove vi è la conoscenza diffusa che le voci del welfare sono eccessive, che i sindacati esercitano troppo potere, che la regolamentazione in materia di impresa ha paralizzato la crescita di un paese dopo l’altro. I gruppi di interesse continuano a fermare il progresso verso la libertà, ma i progressi sono stati fatti sul piano dell’ideologia. Passi maggiori verso il socialismo non vengono contemplati, e per questo possiamo essere grati.

Abolire il sistema politico

Il dibattito principale del nostro tempo riguarda quindi la direzione e il ritmo delle riforme in direzione dell’economia di mercato. Questo è ottimo, ma vorrei mettere in evidenza quella che mi appare come una grande confusione. I riformatori qui e all’estero sono ampiamente sotto l’impressione che la libertà che cercano per le loro società possa essere imposta più o meno nel modo in cui furono imposti i sistemi socialisti di un tempo. L’idea è che se il Congresso, il presidente, e le corti soltanto si adattassero al programma, potrebbero aggiustare ciò che c’è di sbagliato nel paese in un batter d’occhio. Così avremmo semplicemente bisogno di eleggere politici con una mentalità favorevole alla libertà, di sostenere un presidente addestrato nel merito degli incentivi di mercato, e di confermare quei giudici che sanno tutto della Scuola di Economia di Chicago

Non può essere così, e prevedo che se continueremo lungo questo percorso, andremo a sostituire una brutta forma di pianificazione centrale con un’altra. La vera libertà non è solo un’altra forma di gestione del governo. Essa significa invece l’assenza di gestione del governo. È questo il tema che vorrei sviluppare.

Posso presentare il mio punto di vista su questo problema: tutte le riforme, in tutti i settori della politica, dell’economia e della società dovrebbero essere in una sola direzione: verso maggiore libertà per gli individui e minore potere per il governo. Dirò di più: gli individui dovrebbero godere della maggiore libertà possibile e di governo disporre del minor potere possibile.

Sì, questa posizione mi qualifica come un libertario. Ma temo che questa parola non abbia il potere esplicativo che potrebbe aver avuto una volta. C’è a Washington una tendenza a vedere il libertarismo come uno dei possibili gusti della bibita “politica pubblica”, o come solo un altro pacchetto di proposte politiche da afferrare, quelle che sostengono la libera impresa e le libertà personali al contrario dell’irreggimentazione burocratica.

Questa prospettiva è gravemente carente, e ha conseguenze pericolose. Immaginate se Mosè avesse chiesto il parere degli esperti di politica di Washington quando cercava i mezzi per liberare il popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto.

Forse gli avrebbero detto che marciare fin davanti al Faraone intimandogli “lascia andare il mio popolo” sarebbe stato altamente imprudente e inutile. Che ai media non sarebbe piaciuto, che stava chiedendo troppo e troppo in fretta. Che ciò di cui gli israeliti avevano bisogno era una migliore condizione legale nei tribunali, più incentivi di mercato, più scelte rese possibili attraverso voucher e sussidi, e una maggiore voce in capitolo sulla struttura delle norme imposte dal faraone. Inoltre, avrebbero detto, “Mosè, tagliare la corda è antipatriottico”.

Invece Mosè prese una posizione di principio e chiese la libertà immediata da ogni controllo politico – una separazione completa tra il governo e la vita dei figli d’Israele. Questo è il mio genere di libertarismo. È più corretto considerare il libertarismo non come un programma politico che dettaglia un migliore metodo di governo. Ma piuttosto come l’incarnazione moderna di una visione radicale che si distingue da tutte le ideologie e soprattutto da tutte le politiche esistenti.

Il libertarismo non propone alcun piano di riorganizzazione del governo; chiede che il piano venga abbandonato. Non propone che gli incentivi di mercato siano impiegati nella formulazione delle politiche pubbliche; piuttosto spera in una società in cui non esiste una politica pubblica, secondo la nozione con cui generalmente si usa il termine.

Il vero liberalismo

Se questa idea sembra radicale, e oggi anche folle, non sarebbe suonata così ai pensatori del 18° secolo. Il segno distintivo della teoria politica di Thomas Jefferson – ispirata da John Locke e dalla tradizione liberale inglese, che a sua volta derivava da una teoria continentale della politica risalente al tardo Medioevo, alla nascita della modernità in sé – è che la libertà è un diritto naturale. Precede la politica e precede lo Stato. Il diritto naturale alla libertà non deve essere concesso o guadagnato o conferito. Deve solo essere riconosciuto come dato di fatto. È qualcosa che esiste finché è assente uno sforzo sistematico per portarlo via. Il ruolo del governo non è, né di concedere diritti, né di offrire loro una sorta di permesso di esistere, ma solo di impedire la loro violazione.

La tradizione liberale del 18° secolo e a seguire, osservò come fosse il governo ad impegnarsi negli sforzi più sistematici per derubare le persone dei loro diritti naturali – il diritto alla vita, alla libertà, e alla proprietà – e questo è il motivo per cui lo Stato deve esistere solo con il permesso delle persone ed essere strettamente limitato a svolgere solo le attività essenziali. Questo movimento era totalmente e completamente impegnato in questo programma.

L’idea della rivoluzione americana non era quello di lottare per alcuni diritti da concedere o imporre al popolo. Non era per una forma positiva di libertà da imporre alla società. Era puramente negativa nella sua prospettiva ideologica. Cercò di porre fine all’oppressione, di tagliare le catene, per liberarsi dal giogo, e liberare le persone. Cercò la fine del governo da parte dello Stato e l’inizio di governo da parte di persone nelle loro associazioni private.

Per una dimostrazione di come questo funzioni in pratica, non abbiamo bisogno di guardare più in là degli Articoli della Confederazione, che non aveva disposizioni per un governo centrale. Questa viene di solito considerata una sua mancanza. Dobbiamo dare ai rivoluzionari più credito. Gli articoli erano l’incarnazione di una teoria radicale che affermava che la società non ha bisogno di alcun tipo di gestione sociale. Che la società non è tenuta insieme non dallo Stato, ma dalle azioni di cooperazione quotidiana compiute dai suoi membri.

La nazione non aveva bisogno di Cesare, né del presidente, né di una singola volontà che le portassero le benedizioni della libertà. Queste benedizioni fluiscono dalla libertà stessa, che, come ha scritto il saggista americano Benjamin Tucker, è la madre, non la figlia dell’ordine. Questo principio è stato illustrato bene durante tutta l’Era coloniale e negli anni precedenti la Costituzione.

Ma non abbiamo bisogno di guardare indietro nel tempo per vedere come la libertà sia un principio di auto-organizzazione. In milioni di suddivisioni di proprietà privata in tutto il paese, le comunità sono riuscite a creare un ordine a partire da una libertà fondata sui diritti di proprietà, e gli abitanti non avrebbero potuto averlo in nessun altro modo. Nella vita privata e, in quanto membri di comunità private, può sembrare che questa gente abbia attuato una secessione dal governo. Il movimento delle comunità chiuse è stato condannato da tutto lo spettro politico, ma, evidentemente, i consumatori non erano d’accordo con la loro valutazione. Il mercato ha fornito una forma di sicurezza che il governo non era riuscito a fornire.

Un altro esempio della capacità delle persone di organizzarsi attraverso il commercio e lo scambio si rivela nelle moderne innovazioni tecnologiche. Il web è in gran parte un’organizzazione spontanea, e alcune comunità commerciali, come eBay, sono diventate più grandi e più ampie di quanto interi paesi erano una volta. Aziende come Microsoft o Sun Microsystems sono esse stesse comunità auto-organizzazione di individui, che operano sotto regole e sanzioni che sono in gran parte privati.

Le innovazioni a nostra disposizione in questi nostri tempi sono così sorprendenti che essi sono stati chiamati rivoluzionari, e veramente lo sono. Ma in che senso il governo ha contribuito a questo? Ricordo qualche anno fa, che l’ufficio postale propose di provvedere agli indirizzi mail delle persone, ma fu la meraviglia di un giorno, dal momento che l’idea venne dimenticata in mezzo a tutte le risate di scherno che la accolsero.

La vita moderna è diventata così impregnata di queste piccole sfere di autorità – sfere di autorità nate della libertà – che assomiglia per molti aspetti al periodo coloniale per settori e complessità. Tutte le grandi istituzioni della nostra epoca – dalle enormi ed innovative aziende tecnologiche ai rivenditori come Wal-Mart fino alle massicce organizzazioni caritative internazionali – sono organizzate sulla base della volontarietà e dello scambio. Esse non sono state create dallo Stato e non sono gestite nelle loro operazioni quotidiane da parte dello Stato.

CONTINUA…

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La concorrenza in un libero mercato è una forma di cooperazione

La linea sfocata tra concorrenza e cooperazione

By Timothy Taylor – Library of Economics and Freedom – febbraio 2015

Qual è il contrario di “concorrenza”? Se avete paura che questa sia una domanda trabocchetto e vi precipitate a controllare un dizionario dei sinonimi e dei contrari, troverete la risposta che probabilmente avevate in mente fin dall’inizio: “Cooperazione”. Infatti, molte persone vedono l’economia come moralmente sospetta perché percepiscono che l’economia enfatizza la concorrenza, piuttosto che favorire un approccio più virtuoso basato sulla cooperazione.

[..]

Invece, un concetto di cooperazione è effettivamente incorporato nel significato della parola “competere”. Secondo l’Oxford English Dictionary, “competere” deriva dal latino, in cui “com-” significa “insieme” e “petere” ha una varietà di significati che include “ricadere sopra, assalire, mirare a, fare, provare a raggiungere, sforzarsi per, fare causa per, sollecitare, chiedere, cercare.” Sulla base di questa etimologia, significati validi di concorrenza sarebbero “mirare a un obbiettivo insieme”, “cercare di raggiungere un obbiettivo insieme”, e “lottare per un obbiettivo insieme.”

La concorrenza può presentarsi in molte forme. La versione della concorrenza che gli economisti tipicamente invocano quando si parla di mercati non è quella dei lupi che competono in un recinto pieno di pecore; né è la concorrenza tra le erbacce per soffocare un’aiuola. La competizione di mercato prevista in economia è disciplinata da regole e reputazione, e chi non rispetta le regole con la frode, il furto o altri reati è chiaramente al di fuori del processo condiviso di concorrenza di mercato.

La concorrenza basata sul mercato è più vicina in spirito all’interazione tra pattinatori olimpici, in cui la pressione di altri concorrenti e dei giudici esterni spinge gli individui a cercare innovazioni, a lottare per fare anche le cose solite e familiari in modi migliori. Certo, i pattinatori stanno facendo del loro meglio per competere e vincere, ma il loro modo di competere dentro a regole concordate è un’impresa profondamente cooperativa e condivisa. Nel US Figure Skating Championships del 1944, quando l’ex-marito della pattinatrice Tonya Harding ha assunto un delinquente per cercare di rompere le gambe di un’altra pattinatrice, Nancy Kerrigan, questa aggressione era chiaramente fuori dal significato della concorrenza in quanto ha violato l’essenza cooperativa che sta dietri alla competizione olimpica.

Così come la concorrenza non è una scorciatoia per “vale tutto”, la deduzione rapida e spensierata che la cooperazione è necessariamente virtuosa è spesso ingiustificata. In molti casi, la cooperazione è uno strumento con cui un gruppo può sfruttare quelli fuori dal gruppo. Per esempio, se le grandi aziende cooperano per fare pressioni sui politici nazionali per politiche che impongono costi ai consumatori e ai contribuenti, per aumentare i loro profitti aziendali e per essere salvate dai loro errori, non è certo un esempio di comportamento virtuoso. Se le imprese cooperano nel tentativo di aumentare i prezzi che fanno pagare ai consumatori, è illegale secondo le leggi antitrust perché rappresenta un fallimento nella competizione. Coloro che cercano di discriminare in base a razza, sesso ed etnia spesso dimostrano un alto grado di cooperazione con altri che condividono le loro opinioni. I criminali spesso collaborano tra loro, rifiutando di parlare di altri criminali. La guerra comporta spesso un conflitto tra società che presentano un elevato grado di cooperazione interna.

In breve, esempi reali di “cooperazione”, spesso non sono così altruisti come, ad esempio, il volontariato per donare il sangue o l’anonimo invio di denaro a un ente di beneficenza. Invece, la cooperazione nel mondo reale è spesso applicata da un gruppo di persone simili, utilizzando una combinazione di incentivi economici, giuridici e sociali per premiare coloro che agiscono con il gruppo e imporre costi su quelli al di fuori del gruppo. Coloro che sono pronti a credere che la cooperazione dovrebbe essere equiparata automaticamente alla virtù dovrebbero fare un passo indietro e considerare sia quello che ogni comportamento cooperativo specifico ha lo scopo di realizzare e sia il modo in cui si è imposto su quelli all’interno del gruppo che avrebbero preferito non collaborare in un certa situazione.

Al contrario, la concorrenza all’interno di un contesto di mercato in realtà avviene come una serie di decisioni realmente cooperative, ogni volta che un acquirente e un venditore si incontrano in una transazione reciprocamente concordata e intrapresa volontariamente. Questa idea di cooperazione all’interno del mercato è al centro di quello a cui il filosofo Robert Nozick si riferiva nel suo lavoro del 1974, Anarchia, stato e utopia, come «atti capitalistici tra adulti consenzienti.” 1

Le parti mancanti e il resto dell’articolo si possono leggere qui

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Note

  1. Nozick, Robert. 1974. Anarchia, stato, Utopia. Libri di base.
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Chissenefrega di chi viene eletto, ciò che importa è limitare il potere

La vera tragedia è che la Presidenza importa eccome

Jeffrey Tucker – Beautiful Anarchy – 26 febbraio 2016

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Gli amanti della libertà in tutto il mondo sono intenti a mangiarsi le unghie in questa stagione elettorale, mentre si chiedono come si potrebbero limitare i danni. A seconda di chi prenderà il controllo, potremmo avere guerre commerciali, assistenza sanitaria nazionalizzata, il saccheggio di Wall Street, più guerra in Medio Oriente, un’IVA, programmi di sorveglianza sugli smartphone, campi di internamento, deportazioni di massa, e così via.

Ma facciamo un passo indietro e chiediamoci se le cose devono stare così. E se il potere del governo fossero così limitati da rendere senza importanza chi occupa la Casa Bianca? Questo sì sarebbe un grande miglioramento.

Diciamo che Rutherford B. Hayes, che fu presidente dal 1877 al 1881, si è rivelato essere un demagogo fascista ed un aspirante dittatore. Forse lo stesso si può dire dei presidenti Chester A. Arthur (1881-1885), James Garfield (1881), o Benjamin Harrison (1889-1893). Diciamo che erano tutti folli autoritari bramosoi di governare il paese come fosse un loro feudo privato.

Ma questo era veramente importante? Probabilmente no.

Non avevano una grande burocrazia da controllare. Non c’erano CIA, NSA, FBI, HUD, DHS, DOL, e così via. Non esistevano e non esistevano le loro funzioni. La Corte Suprema non faceva molto. Non c’era un IRS (l’agenzia governativa responsabile delle tasse) cui potessero appoggiarsi per perseguitare i loro nemici. La sorveglianza della popolazione non era ancora possibile. Il governo non possedeva armi di distruzione di massa.

Non c’era nessuna banca centrale per salvare il loro sistema di guerre e welfare. Infatti, dovevano mantenere l’esercizio di bilancio in equilibrio di anno in anno (il sistema attuale negli Stati americani) perché il paese manteneva un gold standard rigoroso. Non si poteva semplicemente stampare denaro senza limiti. Il comparto militare era molto piccolo. Non c’erano controlli o tasse sulle migrazioni, non c’erano neanche i passaporti.

Non c’era alcun coinvolgimento del governo federale in materia di istruzione, sanità, o commercio in generale. Non c’era nessuna regolamentazione antitrust, nessuna tassa di previdenza sociale, nessuna regolamentazione dei prodotti di consumo, nessuna gestione ambientale del territorio, nessun controllo dei prezzi o leggi sul lavoro frapposte tra lavoratori e datori di lavoro, nessuna guerra alla droga, non c’era un processo lungo decenni per testare e autorizzare i farmaci, non c’erano zone senza armi (guns free zone), non c’erano giganteschi accordi militari e nessuna possibilità di tassare i redditi.

La gran parte del potere dei presidenti non andava oltre la possibilità di assicurare alcuni contratti per infrastrutture ai loro amici. E qui, la loro corruzione si rivelava veramente, ma il danno che potevano fare era limitato. I soldi con cui potevano giocare venivano da alcune piccole tariffe. Erano i custodi di un governo limitato che non si intrometteva in alcun aspetto intimo della vita. I governi di cui erano a capo avevano limiti rigorosi a quello che potevano fare. Non avevano piani politici di cui discutere perché la politica così come la conosciamo a malapena esisteva.

Il Leviatano come lo conosciamo non era stato ancora inventato. Tutto è venuto più tardi nel 20° secolo. Quali che fossero le ambizioni private dei presidenti nella Gilded Age, non potevano realizzarli attraverso la loro veste ufficiale. Pertanto, la posta in gioco era estremamente bassa per il paese nel suo complesso. Questo è il motivo per cui i nomi di questi uomini sono a malapena conosciuti, e, anche allora, quasi nessuno prestava molta attenzione alla presidenza in quanto tale. Erano custodi in possesso di una posizione onoraria d’interesse solo per i pochi direttamente toccati.

Tanto pessimi quanto sono i candidati quest’anno – tanto minaccioso è ognuno di essi per i diritti e le libertà – niente di tutto questo sarebbe un problema se il potere di agire per ambizione personale non fosse una possibilità. Questo è quello che significa un governo limitato: non importa quanto pessima e pericolosa una persona in carica sia, perché lui o lei non ha accesso agli strumenti necessari per danneggiare la popolazione.

Questo sarebbe un sistema molto migliore. È così che il potere sulla popolazione deve essere limitato, non a discrezione di un “bravo ragazzo” che vince, ma piuttosto perché le istituzioni che questi controlla non possono essere utilizzate come strumenti di oppressione.

C’è un senso, allora, in cui quando parliamo di quanto negative sono le politiche di Trump o Sanders o Rubio o Hilary o chiunque, non stiamo andando al nucleo del problema. Non dovrebbe esserci motivo per preoccuparsi tanto del carattere della persona che sarà eletta. Un buon sistema di governo è quello che è protetto contro il controllo da parte di persone malvagie. Ma dovrebbe essere protetto anche contro le brave persone che vogliono utilizzare il potere dello stato per realizzare i loro ideali. Il governo dovrebbe essere una struttura impermeabile alle ambizioni personali dei suoi manager temporanei.

Con questo sistema, non ci sarebbe molto senso per un gruppo di isterici di destra o di sinistra, di esigere che il potere venga utilizzato pro o contro questo o quel gruppo. Potrebbero strepitare a volontà ma non avrebbe maggiore effetto che urlare alla vernice sul muro di cambiare colore. Questo è ciò che significa vivere secondo le regole, piuttosto che secondo i dettami arbitrari dell’ambizione umana.

Incolpare coloro che attualmente chiedono politiche folli, paurose, distruttive non coglie il punto centrale. La vera colpa dovrebbe andare alla generazione che 100 anni rovesciò un sistema di laissez faire e lo sostituì con uno di pianificazione statale, con il potere di condurre la nostra vita, prendere il nostro reddito, ridistribuire ricchezza, gestire il settore industriale, entrare in conflitti militari illimitati, creare enormi bolle finanziarie e salvare industrie in difficoltà.

Il potere una volta creato sarà utilizzato. Che certi gruppi d’interessi e poi le masse intere facciano clamore perché venga utilizzato a loro vantaggio è il risultato inevitabile. Insieme al potere viene Il potere porta con sé anche una popolazione divisa, di persone ribollente di odio contro coloro che stanno sulla loro strada e gruppi di interesse consumati dal desiderio di saccheggio che pervade chi ottiene la possibilità di usare il potere a proprio vantaggio. La presenza del potere stesso, non le persone che cercano di orientarlo a proprio vantaggio, è la fonte del conflitto. E un tale conflitto minaccia di distruggere le amicizie e il tessuto sociale stesso. L’eccessiva estensione del governo è di per sé la ragione per cui non possiamo andare tutti d’accordo.

Quindi pensateci. La maggior parte delle persone che hanno creato questo pasticcio sono morte da tempo, ma ancora ci governano. Ci hanno lasciato in eredità un mostro che tocca all’attuale generazione affrontare. Detto questo, c’è in verità un solo modo responsabile di comportarsi: smantellare il leviatano prima che ci distrugga tutti.

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